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Pinacoteca - Guida Integrale
La Pinacoteca di Città di Castello: nascita di una raccolta.
La vicenda della costituzione della Pinacoteca
Civica di Città di Castello ha inizio nel 1860, quando, con la liberazione dal governo
pontificio, venivano soppresse le istituzioni ecclesiastiche locali ed il loro patrimonio
artistico veniva acquisito al demanio pubblico. Nel 1866, il Municipio prendeva in
consegna le opere demaniate e già agli inizi del 1868 si stanziavano i fondi destinati al
mantenimento ed allincremento del Museo. Questo veniva aperto due anni più tardi
nelle sale del secondo piano di Palazzo Bufalini. Nel 1876 la raccolta veniva trasferita
nella chiesa dellex-convento di S.Filippo Neri, dove, senza alcun organico criterio
espositivo, sarebbe rimasta fino al 1912. Il 29 Giugno del 1912, infatti, alla presenza
del sottosegretario alla Pubblica Istruzione, si inaugurava ufficialmente la nuova e
definitiva sede di Palazzo Vitelli alla Cannoniera. Il Palazzo cinquecentesco era stato
acquistato e donato al Comune di Città di Castello nel 1907 da Elia Volpi. Nei cinque
anni successivi, il Volpi aveva provveduto a restaurarne gli ambienti e, nel 1926,
arricchiva la propria generosa donazione, acquistando lala del Palazzo con la loggia
ed il sottostante cortile aperto. Anche nellallestimento del Museo voluto dal Volpi
e mirato alla ricostruzione di un ambiente cinquecentesco, le opere venivano presentate
senza ordine cronologico, né divisione per scuole. Nei primi anni cinquanta, il Prof.
Francesco Santi, in qualità di funzionario della Soprintendenza ai Monumenti ed alle
Gallerie dellUmbria, curava il primo riordinamento storico-critico del materiale
museale. Nel 1982, con la collaborazione scientifica dellIstituto di Storia
dellArte Medievale e Moderna della Facoltà di Lettere di Perugia e della
Soprintendenza ai beni artistici ed ambientali dellUmbria, veniva avviata
lampia campagna di restauri e di studio che doveva portare allattuale
sistemazione delle opere. Nel frattempo, grazie ai fondi stanziati dalla Regione Umbra e
dal Comune di Città di Castello, larchitetto Zanmatti e larchitetto
Sarteanesi hanno provveduto al restauro ed al risanamento delledificio e progettate
le attrezzature espositive della rinnovata Pinacoteca.
Il Palazzo Vitelli alla Cannoniera: architettura
e decorazione.
La costruzione del complesso architettonico di
Palazzo Vitelli alla Cannoniera, si data fra il 1521 ed il 1545. Il Palazzo è costituito
da cinque corpi di fabbrica, il cui nucleo originario si riconosce nella struttura
centrale caratterizzata, nella parte inferiore, da due finestre con cornici in pietra
sostenute da mensole binate. A questa prima struttura, veniva poi aggiungendosi lala
a sud, la quale ripeteva i moduli formali della struttura originaria, ma si apriva al
piano terra in un porticato di cui rimane traccia nella colonna ora incassata in una
parete della sala 17. Ancora, nel 1543, veniva costruito un arco, sospeso sulla strada
adiacente le mura cittadine, il quale sosteneva un ambiente che prolungava la già
esistente sala di rappresentanza. Infine, un ultimo intervento riguardava
ledificazione dellala a nord con il loggiato a quattro arcate aperto sul
giardino. Sia il corpo originario, che i successivi ampliamenti del Palazzo, denunciano
una dipendenza da contemporanei modelli architettonici fiorentini, in ragione degli
stretti rapporti che legavano la famiglia Vitelli con il capoluogo toscano. Il Palazzo
presentava una decorazione esterna graffita - ancora visibile sulla parete prospiciente il
giardino e nel frammento della sala X - realizzata fra il 1532 ed il 35 da
Cristofano Gherardi, detto il Doceno, su uno schema compositivo probabilmente ideato dal
Vasari. Le partizioni architettoniche verticali in finto bugnato differenziavano le
diverse fasi costruttive del palazzo, mentre, motivi ornamentali di diverso genere, in
fasce parallele, suggerivano la scansione delle strutture orizzontali delledificio.
La decorazione dellala a sud, costruita dopo il 1543, pur riproponendo i motivi
graffiti del corpo più antico, veniva ampiamente ridipinta nel 1912, in occasione dei
restauri condotti sul Palazzo da Elia Volpi.
Lo scalone monumentale: prima rampa.
La volta del primo pianerottolo è decorata al
centro da un riquadro con la rappresentazione di un cavallo, oggi quasi del tutto perduto;
nelle lunette, entro tondi, Diogene che mostra a Platone un gallo impiume, la Sibilla
Tiburtina e la Sibilla Cumana. Il significato di queste figurazioni va inserito in un
complesso discorso iconografico di matrice ermetica. Gli affreschi sono stati attribuiti
al pittore ascolano Cola dellAmatrice, qui attivo nel terzo decennio del XVI secolo,
da L.Teza nel primo volume del Catalogo della Pinacoteca (1987), che rileva come, da un
punto di vista iconografico, laccostamento di Profeti e Sibille abbia un importante
precedente nella decorazione degli appartamenti Borgia in Vaticano, opera di Bernardino
Pinturicchio. La volta dello scalone, da ricondurre sempre a Cola dellAmatrice,
prevede la raffigurazione di Apollo e delle nove muse nella fascia centrale e di Storie di
Dio nelle zone laterali. Al centro compare lo stemma di Alessandro Vitelli (un vitello)
inquartato con il leone rampante dei Rossi di San Secondo Parmense, appartenente alla
famiglia della moglie Angela; altri riferimenti araldici ai committenti sono visibili nei
due vitelli affrontati sotto una quercia, in alto, e nella raffigurazione del cigno che
accompagna Clio, musa della storia, in basso sotto limmagine di Apollo, che è altra
impresa della famiglia Rossi di San Secondo. Già attribuiti, sulla scorta di G.Vasari
(1568), ora a Cristofano Gherardi detto il Doceno, ora a Battista della Bilia, sono stati
assegnati da L.Teza (1987) a Cola dellAmatrice, anche sulla base della impronta
romana, di radice pinturicchiesca e peruzziana. Conclude la prima rampa dello scalone la
volta del secondo pianerottolo, affrescata con grottesche suddivise in quattro vele da
motivi vegetali; allinterno di ogni vela è un medaglione con un drago, un grifo,
una sfinge e un felino alato. Nelle lunette sottostanti tra sfingi con teste leonine sono
due ritratti di profilo di imperatori romani (CLAUDIUS CESAR e DIVUS AUGUSTUS PATER). In
questi affreschi A.Ronen individuò la mano del biturgense Gherardi, detto il Doceno.
Essi, infatti, si distaccano stilisticamente dalle parti eseguite da Cola
dellAmatrice, e fanno gruppo con i fregi gherardiani del palazzo. Resta tuttavia
difficile precisarne la cronologia, visto che il Gherardi intervenne in più fasi nella
decorazione delledificio, e non va neppure dimenticato, di fronte alle rimarcabili
differenze qualitative dalle parti assegnate al Doceno, che il Vasari scrisse molto
chiaramente che col pittore di Borgo Sansepolcro, suo creato ed aiuto, collaborò in
Palazzo Vitelli alla Cannoniera Battista da Città di Castello nei "fregi che
savevano a fare in alcune stanze e similmente le storie e partimenti duna
stufa, ed altri schizzi per le facciate delle logge".
Lo scalone monumentale: seconda rampa.
La volta del terzo pianerottolo è divisa in quattro
vele decorate con motivi a racemi, mascheroni, unicorni e imprese di casa Farnese. Sotto,
le tre lunette celebrano, secondo, A.Ronen il Trionfo dellAmore: Il saggio Salomone
indotto dalla moglie Edomite ad adorare il dio pagano Nettuno, Ercole spinto da Onfale a
lavori femminili come la filatura, Il filosofo Aristotele cavalcato dalla cortigiana
Fillide. C.Rosini ha collegato questi soggetti con la destinazione nuziale del palazzo,
seguito da A.Ronen che ha fornito una lettura simile, in riferimento allamore di
Alessandro Vitelli per la moglie Paola, o per lamante, la mitica e bella Laura.
Nella seconda rampa, la cui volta è coperta da lastroni in pietra, corre in alto un
fregio in cui compaiono, entro medaglioni, coppie celebri dellantichità: a destra
Catullo e Sabina, Marco Aurelio e Faustina, Virgilio e Lidia; a sinistra Ovidio e Corinna,
Pompeo e Cornelia, Antonio e Cleopatra. Ancora un motivo chiaramente connesso alla
celebrazione della coppia Alessandro Vitelli e Angela (detta Paola) Rossi Da San Secondo.
La volta del quarto pianerottolo, anchessa scompartita in quattro vele, raffigura
coppie di vitelli (impresa della famiglia Vitelli) e coppie di leoni (impresa della
famiglia Rossi di San Secondo) cavalcati da puttini che tengono in mano la mezzaluna dei
Vitelli. Nelle lunette sottostanti, entro tondi, sono raffigurati Mercurio e Marte,
protettore, il primo, della mercatura, il secondo, della guerra, le principali attività
della famiglia Vitelli. Nella lunetta della parete est è dipinta una targa posta a
ricordo dellerezione delledificio: "PAULA PARMENSIS SUO CUM CONJUGE /
QUIETI PROPRIAE ET PARENTUM / EREXERUNT / NE NOMINIS ET VIRTUTIS MEMORIA / PEREAT".
Gli affreschi della seconda rampa dello scalone, nel complesso assai deperiti e fortemente
ridipinti, sono stati attribuiti al pittore ascolano Cola dellAmatrice e bottega
(L.Teza, 1987).
Lo scalone monumentale: terza rampa.
Nella volta della terza rampa dello scalone sono
dipinti, entro motivi ad esagoni imitanti un soffitto a cassettoni, le divinità
planetarie e le rispettive case presentate secondo lordine del cerchio ermetico: il
ciclo ha inizio nella fascia triangolare alla base della volta con limmagine di
Saturno dio del tempo, che divora un bambino mentre brandisce una falce; attorno gli si
avvinghia un serpente che si morde la coda, simbolo del passare del tempo. Ai lati segni
zodiacali dellAcquario e del Capricorno. Nella lunetta sottostante è una
raffigurazione allegorica, quasi del tutto perduta, con una fanciulla nuda che regge una
tiara papale, un galero cardinalizio e una corona baronale; a sinistra le imprese
araldiche dei Vitelli (mezzaluna) e dei Rossi di San Secondo (il muso di un leone). La
serie dei pianeti prosegue con Giove, seduto su unaquila e con in mano scettro e
fulmini; accanto i segni del Sagittario e dei Pesci. Il successivo esagono propone il dio
guerriero Marte con in mano una spada, seduto su un lupo (suo attributo medievale);
accanto i segni dellAriete e, scomparso completamente, quello dello Scorpione. Segue
Apollo che suona la cetra: lo affiancano il corvo (suo attributo rinascimentale) e il muso
del leone. Nellesagono successivo è raffigurata la Venere seduta sul toro, in atto
di volgersi verso Cupido; in basso è ancora visibile il segno zodiacale della Bilancia;
di seguito compare Mercurio con caduceo, cappello e piedi alati mentre suona la siringa;
accanto sono i segni zodiacali dei Gemelli e della Vergine, rappresentata da una fanciulla
con unicorno, simbolo di purezza e anche impresa di papa Paolo III Farnese, al cui
servizio Alessandro Vitelli milita a partire dal 1538. Chiude la serie dei pianeti la
Luna, rappresentata come Diana, mentre irncorona un toro con un ramo di alloro; a fianco
è raffigurato il Cancro. Gli affreschi, insieme a quelli della prima rampa (Apollo e le
Muse) e a quelli della seconda rampa (Trionfo dellAmore), fanno parte di un
complesso programma iconografico e sono opera del pittore Cola dellAmatrice e
bottega. Un referente iconografico per i pianeti e le costellazioni è costituito dal
soffitto della Sala della Galatea alla Farnesina, opera di Baldassarre Peruzzi, con il
cosiddetto Oroscopo di Agostino Chigi. Tuttavia, come ha rilevato la Teza, il complesso
tifernate per la sua più arcaica schematicità sembra rifarsi a un prototipo
pinturicchiesco, come il ligneo soffitto della Terza sala del Palazzo dei Penitenzieri a
Roma (1490 ca.), che fu del resto modello anche per linvenzione del Peruzzi.
Fregio della Sala I.
Il fregio della prima sala, realizzato a grisaille
su un fondo azzurro scuro, presenta sfingi alate il cui corpo termina in girali
dacanto, mentre le teste sono alternativamente femminili e leonine; è stato
attribuito a Cola dellAmatrice e bottega (L.Teza, 1987). Chiara la fonte
iconografica della soluzione decorativa, individuata da A.Ronen (1975) nel fregio graffito
sulla facciata di Palazzo Vitelli; lo studioso ne mette in luce anche le somiglianze
stilistiche con i fregi delle sale III e IV. C.L.Frommel (1968) nota la forte impronta
peruzziana del fregio, ispirato a quello esistente nella villa chigiana detta Le Volte,
presso Siena.
Sala I. Pittura e miniatura dalla seconda metà
del XIII secolo agli inizi del XIV.
Sono conservate in questa sala le più antiche
testimonianze della pittura e della miniatura in Città di Castello. Sei capilettere
figurati provenienti da Antifonari, un tempo in dotazione di importanti chiese cittadine,
documentano lalto livello della miniatura della seconda metà del Duecento. Le altre
quattro miniature sembrano di una stessa mano, o comunque della medesima bottega, quasi
certamente umbra, ma con influenza della importante produzione bolognese contemporanea.
Due (una I e una S) provengono dallAntifonario notturno e diurno, codice E della
Biblioteca Comunale, già facente parte del gruppo di Corali della chiesa di S.Domenico.
Rappresentano Cristo che appare agli apostoli e la Pentecoste. Le altre due, una iniziale
D con la Natività, e una C con lAdorazione dei Magi, provengono
dallAntifonario notturno e diurno da Natale a Pasqua, codice H della Biblioteca
Comunale, anchesso già in S.Domenico. Queste ultime due miniature sono parzialmente
decurtate e danneggiate. Difficile dire se i codici e le relative miniature abbiano una
origine tifernate, o piuttosto, come è assai più probabile, provengano da altra zona
dellUmbria. E il problema rimane aperto anche per lopera più importante di
questa sala, e certo capolavoro della pittura medievale nella Pinacoteca: la pala con la
Madonna in trono col Bambino del cosiddetto Maestro di Città di Castello. La tavola
eseguita per la chiesa domenicana della Carità, fu trasferita a metà del XV secolo nel
neoeretto edificio di S.Domenico. Dal 1867 fa parte della Pinacoteca Comunale. Un lungo
restauro (1981-1994) ha potuto accertare che il dipinto è stato decurtato nella parte
inferiore e lungo la cornice; lacune pittoriche sono state rintracciate nella zona
sinistra (in corrispondenza delle figure degli angeli) e, parzialmente, anche nelle zone
centrali e destra. Dalla critica è stata variamente assegnata allambito senese: vi
sono stati individuati ora i modi del giovane Pietro Lorenzetti, ora di Meo da Siena, ora
dello stesso Duccio da Boninsegna e di suoi stretti seguaci. Il primo ad avanzare il nome
di Maestro di Città di Castello è stato F.M.Perkins (1908), seguito da un ampio numero
di studiosi. Lesegesi fornita da C.Brandi (1951) ha permesso di rintracciare nella
Maestà affrescata da Duccio di Boninsegna nel 1302 per la Sala dei Nove nel Palazzo
Pubblico di Siena, e oggi perduta, il modello iconografico della tavola tifernate.
Ulteriori precisazioni vengono da P.Scarpellini (1987), che vede nel Maestro di Città di
Castello una personalità in parte autonoma da Duccio; parla inoltre di impianto cubista
nella Madonna, impianto che richiama gli affreschi nella controfacciata della Basilica
Superiore di S.Francesco ad Assisi. Ricordano le soluzioni del ciclo assisiate anche le
figure degli angeli (che rammentano il cosiddetto Maestro della S.Cecilia) e le mensoline
fortemente scorciate della pedana del trono. Questi elementi spingono a credere che il
Maestro di Città di Castello abbia avuto contatti con lambiente assisiate, ancora
nellultimo decennio del Duecento. Nel complesso il Maestro di Città di Castello
sembra elevarsi fra gli autori stilisticamente arcaizzanti di ambito duccesco, dal Maestro
di Badia a Isola al Maestro di Monteoliveto, dal Maestro di Casole dElsa a Segna di
Bonaventura, per lalta qualità, la ricchezza della scala cromatica, il severo e
insieme delicato intimismo.
Fregi delle Sale II e III.
Il fregio a grottesche della seconda sala alterna
scomparti a fondo bianco, decorati con ippocampi, vitelli e putti aurighi alati, ad altri,
a fondo scuro, con puttini, sfingi alate, sfere armillari; mescolati a motivi decorativi
compaiono anche le imprese araldiche dei Vitelli e dei Rossi di S.Secondo Parmense. Le
grottesche sono opera del pittore Cristoforo Gherardi detto il Doceno, allievo di
Raffaellino del Colle. Nei fregi della sala il Doceno si mostra già influenzato dai modi
di Giorgio Vasari con il quale collaborerà in ogni impresa sino alla morte.
Il fregio della terza sala è formato da girali
dacanto dai quali fuoriescono, alternativamente, un vitello e un leone, imprese
araldiche della famiglia Vitelli e dei Rossi di San Secondo Parmense. La celebrazione dei
committenti, ricompare, come nella sala II, accanto a motivi più propriamente decorativi,
da ricondurre stilisticamente a Cola dellAmatrice e bottega.
Sala II e III. Il gotico ed il tardogotico.
Così come nel XIII secolo Città di Castello sembra
non aver sviluppato unarte di carattere unitario, anche nel caso del Trecento e del
primo Quattrocento, vi si alternano e sovrappongono presenze di opere di provenienza
diversa. La stessa posizione della città nellalta valle del Tevere, sulla frontiera
fra Umbria e Toscana, e in un importante nodo viario fra larea tirrenica e quella
adriatica, favorirono una situazione di cultura artistica eclettica non essendo sorta una
scuola locale dalla fisionomia delineata e di sufficiente qualità. A testimoniare
linfluenza culturale esercitata dalla vicina Arezzo è la Madonna con il Bambino in
trono di Spinello Aretino, databile allultimo decennio del XIV secolo. Fra le
presenze senesi va registrata quella del pittore Bartolomeo di Bindo, che nel 1382
stabilisce il suo domicilio in città; alla sua mano è da ricondurre un frammento di
affresco rappresentante la Madonna in trono con angeli, nella Sala del Consiglio del
Palazzo Comunale. Nel 1412, un altro senese, Giorgio di Andrea di Bartolo di Fredi
Battilori, insieme al maestro locale Giacomo di Michele, esegue un trittico per i canonici
di S.Florido, il cui scomparto centrale, raffigurante la Madonna con il Bambino, è oggi
in Pinacoteca (lunico dei laterali superstiti, con S.Florido, è nel Museo del
Duomo). A queste date la città è un importante crocevia artistico. Vasari (1550) ricorda
che Gentile da Fabriano dipinse a Città di Castello; nel 1416 è documentata anche la
presenza di Arcangelo di Cola da Camerino. A date posteriori è da segnalare
lattività di Ottaviano Nelli, che attorno al 1436 esegue la Morte della Vergine in
Santa Maria delle Grazie. Sempre il Vasari parla anche della presenza di Antonio Alberti a
Città di Castello ed il Trittico di S.Bartolomeo della Pinacoteca, i due affreschi in
S.Domenico (S.Antonio abate con storie della sua vita, una Crocifissione) ne confermano la
notizia. Attraverso lAlberti, attivo in questarea fino al 1431, viene
istituito un collegamento diretto con la produzione emiliana di quegli anni. Con la
conquista di Città di Castello ad opera di Braccio da Montone, nel 1422, si realizza, un
momento particolarmente felice anche sotto laspetto delle commissioni artistiche. A
Città di Castello, tuttavia, neppure allora si costituì una scuola pittorica locale, ma
continuò lapertura alle influenze provenienti dallesterno. Ultima importante
testimonianza di cultura tardogotica è la Madonna con il Bambino in trono del muranese
Antonio Vivarini, databile fra 1443 e 1446, che documenta la penetrazione dellarte
adriatica nel centro umbro. Sebbene a Città di Castello sia documentata per tutto il
Quattrocento una notevole produzione orafa, anche se collegata, come del resto la pittura,
alla cultura fiorentina e senese, il reliquiario di S.Andrea, giunto in Pinacoteca dalla
chiesa tifernate di S.Francesco, appare di qualità troppo elevata per essere considerato
opera di artisti locali. Lopera, che i documenti dicono commessa dal Comune nel 1414
per conservare la reliquia del braccio dellapostolo, fu terminata nel 1420, come
risulta dalla iscrizione. Varie vicissitudini ne hanno alterato laspetto originale,
ma ancora è possibile godere la finitezza della architettura tardogotica, lo splendido
modellato delle figure, e la preziosità degli smalti. Nonostante certe difficoltà nel
ricostruirne laspetto originale (non tutti gli studiosi, ad esempio, sono
daccordo sulla esatta collocazione delle due statuette di S.Francesco e S.Andrea, e
qualcuno ha persino dubitato che appartenessero al complesso) la critica è concorde nel
considerare il reliquiario opera della bottega di Lorenzo Ghiberti, forse anche con
interventi diretti del maestro.
Fregi della sala IV e V.
Il fregio della quarta sala si compone di girali
dacanto che avvolgono leoni, leopardi, lupi e volpi. Molto simile nellimpianto
iconografico ai motivi decorativi presenti nella sala III (nella quale sono però
rappresentati vitelli e leoni alternati), il fregio può essere ricondotto a Cola
dellAmatrice ed al suo entourage (L.Teza, 1987), come rivelano le soluzioni
iconografiche adottate e la tecnica esecutiva, del tutto sovrapponibile a quella
delléquipe attiva nella stanza precedente.
La decorazione della V sala è costituita da un
fregio, in parte danneggiato, che raffigura, su fondo bianco, sfingi con teste femminili
poste ai lati dellimpresa araldica della famiglia Vitelli (un vitello e una palma);
alle sfingi si alternano coppie di putti dal corpo leonino che accompagnano lo stemma
Vitelli - Rossi di San Secondo. A.Ronen (1978) ha assegnato parte del fregio alla mano del
Gherardi, autore delle decorazioni delle sale II e VI e del secondo pianerottolo delle
scale, seguito da L.Teza (1987), che individua nella sala lintervento del maestro e
di aiuti. come già messo in luce da C.Rosini (1986). I motivi figurativi adottati,
ricorrenti in opere certe del Doceno, confermano la giustezza dellattribuzione: le
sfingi con testa di donna sono graffite sulla facciata di Palazzo Vitelli, mentre i putti
con il corpo di leone sono presenti nella sala di Apollo in Castello Bufalini a San
Giustino.
Sala IV e V.
In queste due sale sono raccolti dipinti assai
diversi fra loro per qualità e provenienza, ma che hanno in comune la caratteristica di
documentare ancora una volta, e ormai con linguaggio pienamente rinascimentale, la
penetrazione in Città di Castello di opere darte estranee alla cultura umbra. Il
Cristo benedicente con i segni della Passione è una nobile tempera su tavola, la cui più
antica collocazione nota è il convento tifernate di S.Chiara delle Murate. La maggior
parte della critica lha considerata opera di un artista di cultura fiamminga e
ispano-fiamminga operoso in Italia, forse in ambiente urbinate, nella seconda metà del
Quattrocento, e come tale compare nel catalogo della Pinacoteca alla scheda 14. Tuttavia,
non si può tacere che Federico Zeri ha espresso il parere che si tratti invece di
unopera del fiorentino Cosimo Rosselli. In tal caso avremmo unulteriore
riprova della influenza fiorentina a Città di Castello. Certamente fiorentina, anche se
documento di quella produzione minore destinata per lo più a decorare le chiese della
provincia, è la piccola Madonna col Bambino e due angeli, riferibile a Neri di Bicci
(Firenze, 1418-1492) o alla sua bottega. Più difficile localizzare con certezza la
provenienza del cosiddetto Stendardo della Misericordia, che presenta su una faccia
appunto la Madonna della Misericordia chiaramente e goffamente derivata dalla tavola di
Piero della Francesca oggi nel Museo di Sansepolcro, e sullaltra faccia un
Crocifisso fra la Vergine e S.Giovanni, non esente da influenze peruginesche. Lopera
, che era un tempo nellOspedale della Carità, conobbe un suo momento di gloria,
quando il Longhi la assegnò al giovanissimo Raffaello. Oggi, dopo un buon restauro, se ne
legge tutta la modestia, e non si può che pensarla opera artigianale, prodotta forse a
Sansepolcro o in un altro luogo dellalta valle del Tevere, probabilmente già agli
inizi del XVI secolo. Peccato che gli unici richiami alla grande arte di Piero siano
documentati in Pinacoteca dai frammenti di alta qualità, ma oramai quasi illeggibili,
dellaffresco di Luca Signorelli (vedi Sala XII) e da questo modestissimo gonfalone,
specie tenendo conto che per Città di Castello ha operato quel Giovanni da Piamonte, che
pur nella sua aggressiva rusticità, resta sempre uno dei più sicuri collaboratori del
grande maestro di Sansepolcro. Nella sala V è conservata la grande tavola con
lIncoronazione della Vergine, passata a far parte delle collezioni comunali
provenendo dalla Chiesa di S.Cecilia. Lopera è un tipico prodotto della grande
bottega di Domenico Ghirlandaio, probabilmente eseguita essendo ancor vivo il maestro,
quindi entro la prima metà dellultimo decennio del Quattrocento, come confermano
del resto la composizione arcaizzante, derivata dalla Incoronazione di Narni del 1486, e
la ben riconoscibile presenza di più mani nella esecuzione.
Fregio della Sala VI.
Il fregio presenta dieci riquadri policromi
alternati ad altrettanti monocromi. Sono rappresentati geni femminili con strumenti
musicali, faci, vasi, spighe di grano e altri elementi vegetali. In sei dei dieci
monocromi troviamo figure mitologiche (nella parete ovest le divinità maschili : Giove
con laquila, Marte con le armi; nella parete est le divinità femminili: Giunone col
pavone, Minerva con lancia e scudo; nella parete nord: La Fama che suona la tromba; nella
parete sud: la Vittoria con la palma e la corona dalloro); nei restanti quattro
scomparti monocromi vi sono trofei di armi. Il fregio è certamente opera del Gherardi,
che vi dimostra le tracce della prima educazione presso Raffaellino del Colle
caratterizzata dal manierismo romano di impronta giuliesca, ma anche la apertura a più
moderne influenze da Perino allo stesso Vasari.
Sala VI. Raffaello a Città di Castello.
La partenza del Signorelli per eseguire gli
affreschi del Duomo di Orvieto e i legami sempre più stretti della Corte dei Vitelli con
quella di Urbino, entrambe minacciate dalle ambizioni territoriali del Duca Valentino,
furono quasi certamente occasioni favorevoli per consentire linserimento di
Raffaello nellambiente artistico tifernate. Egli giunse, infatti a Città di
Castello, non come affermato allievo del Perugino, ma come titolare, assieme ad
Evangelista da Pian di Meleto, della bottega urbinate ereditata dal padre Giovanni Santi.
Il primo dipinto documentato eseguito per la città è la Pala di S.Nicola da Tolentino,
commissionata allUrbinate e a Evangelista da Pian di Meleto da Andrea Baronci, per
la cappella di suo patronato nella chiesa di S.Agostino. Lallogazione risale al 10
dicembre 1500 e il saldo al 13 Settembre 1501. Della grande pala centinata, oggi rimangono
pochi frammenti: La Vergine, lEterno e Cherubini (Napoli, Museo Nazionale di
Capodimonte), un Angelo (Brescia, Pinacoteca Tosio Martinengo), un altro Angelo (Parigi,
Museo del Louvre). Gravemente danneggiata in seguito al terremoto del 1789, la pala venne
acquistata da papa Pio VI che la fece dividere in varie parti; i frammenti furono quindi
requisiti dai francesi (1799) ed in seguito si persero le tracce di alcuni di essi.
Irreperibili a tuttoggi sono S.Agostino in atto di incoronare S.Nicola che calpesta
il demonio, due Angeli, la cornice architettonica e il paesaggio dello sfondo. Sulla base
di un disegno dinsieme realizzato da Raffaello (Lille, Museo Wicar) e grazie ad una
copia parziale eseguita nel 1791 da Ermenegildo Costantini e destinata in origine alla
Chiesa di S.Agostino (oggi in Pinacoteca), è possibile proporre unipotetica
ricostruzione della pala (vedi GRAFICO). Il secondo dipinto tifernate di Raffaello
sicuramente datato è la Crocifissione, oggi a Londra, National Gallery (la predella è
invece divisa fra Raleigh, North Carolina Museum of Art, e Lisbona, Museo Nazionale). Fu
commissionato da Domenico Tommaso Gavari per un altare della chiesa di S.Domenico:
uniscrizione apposta sullaltare, oggi non più esistente ma riportata dalle
fonti (HOC OPUS FIERI FECIT D.NICUS THOME DE GAVARIS MDIII) colloca lesecuzione
dellopera al 1503. Sia la Crocifissione che i frammenti del S.Nicola, rivelano
caratteri decisamente perugineschi. Non sostenuta da alcuna carta documentaria è invece
la cronologia dellunico dipinto del Sanzio rimasto a Città di Castello: il
Gonfalone della SS.Trinità (dallomonima chiesa), datato in genere dalla critica al
1499, anno di una terribile pestilenza (la presenza dei santi antipeste Rocco
e Sebastiano è stata letta come una conferma di questa teoria). Nel dipinto, tuttavia,
oltre ai consueti motivi perugineschi, si evidenziano elementi di cultura urbinate e
fiorentina che potrebbero far avanzare un poco la datazione. Lultima opera tifernate
del Sanzio è lo Sposalizio della Vergine, oggi a Milano, Pinacoteca di Brera. Fino al
1781, anno in cui la municipalità lo donò al generale napoleonico Lechi, si trovava
sullaltare della cappella di S.Giuseppe nella chiesa di S.Francesco, per il quale
era stato commissionato dalla famiglia Albizzini. La firma e la data che compaiono sulla
trabeazione del tempio a pianata centrale (RAPHAEL URBINAS MDIIII), non lasciano dubbi
sullanno (1504) di esecuzione. Anche in questo caso è unopera di Perugino a
fungere da modello: la pala di identico soggetto eseguita per Cappella del Santo Anello
nel Duomo di Perugia (1503), oggi a Caen, Museo di Belle Arti; ma ormai Raffaello dimostra
nella composizione e nei singoli dettagli un respiro più ampio e una visione più
moderna, ben aggiornata alle esperienze prospettico-spaziali ed al gusto altamente
classico si dellambiente fiorentino che di quello urbinate.
Fregio della Sala VII.
Il fregio di questa sala è assegnato dalla critica
alla bottega del Gherardi, ma è difficile pensare a una bottega del Doceno, che agiva lui
stesso come aiuto del Vasari. Si tratta comunque di una serie di trionfi di armi nel gusto
retoricamente decorativo del manierismo vasariano, e il recente restauro, mentre ha
eliminato le integrazioni a suo tempo eseguite dallequipe di Elia Volpi causando
qualche spiacevole lacuna, consente però di apprezzare meglio quale doveva essere il
risalto delle armi metalliche contro il fondo blu intenso. Non deve stupire lenfasi
sul motivo delle armi, sottolineato anche dal motto sulla architrave del camino: VIVO
SOTT.OMBRA DE QUESTARME A(N)TICA, riflettendo sul fatto che la famiglia Vitelli doveva la
propria fama ed i propri possessi alla professione delle armi, che i suoi membri
esercitavano a favore delluna o laltra potenza, ma soprattutto della Chiesa,
della Spagna e di Firenze. Si aggiunga che questo ambiente costituiva, prima
dellampliamento verso le mura e la creazione delladiacente salone, il vero
ambiente di rappresentanza del palazzo, cui si accedeva per un grande arcone a tutto sesto
(tamponato poi nel 1543 in occasione del citato ampliamento) direttamente dal pianerottolo
dello scalone.
Sala VII. Tracce di cultura perugina e
raffaellesca agli inizi del 500.
Come si è detto nè la vicinanza di un centro
artisticamente ricco come Perugia nè la presenza di ben quattro opere del giovane
Raffaello riuscirono a disperdere a Città di Castello la dominante cultura signorelliana.
Tuttavia, abbiamo voluto riunire in questa sala i tre più evidenti esempi, almeno fra le
opere conservate in Pinacoteca, di una influenza raffaellesca nella pittura e di legami
con il gusto perugino nellarte del legno. Proprio nello stesso anno 1501 in cui
Raffaello ultimava la Pala di S.Nicola da Tolentino con un linguaggio dominato dalla
lezione del suo maestro Pietro Perugino, Antonio Bencivenni (Mercatello, notizie
1476-1530) firmava e datava lArmadio di Sagrestia della chiesa della Madonna delle
Grazie, commessogli da Mons.Giulio Vitelli (creato vescovo da Alessandro VI nel 1499). Il
grande armadio esposto in questa sala è stato restaurato fra il 1981 ed il 1986 presso
lOpificio delle Pietre Dure di Firenze, e si presenta oggi in ottimali condizioni di
leggibilità, rivelando gli stretti legami con i contemporanei complessi lignei perugini.
Si noti in particolare la perfetta rispondenza delle decorazioni a "toppo" con
motivo a "chiocciola" delle paraste e a "grata" della cornice del
pannello centrale della spalliera, con le incorniciature della porta del Collegio del
Cambio eseguita dal Bencivenni nel medesimo 1501. Altri raffronti si possono istituire tra
la formellatura gotica del bancone e quella dei banchi del Collegio della Mercanzia,
mentre le candelabre a grottesche degli specchi, qui alternate agli emblemi di Giulio
Vitelli, della famiglia Bufalini e dei Servi di Maria, sembrano ispirate alle tarsie del
perugino Collegio del Cambio, di qualche anno più antiche. Infine i motivi
dellarchitrave modanato e delle paraste nella spalliera, nonchè la nobile scritta a
caratteri capitali che corre lungo tutta la fronte della cornice superiore del corpo
centrale, non solo richiamano elementi architettonici e decorativi provenienti da Urbino,
presenti fin dallottavo decennio del Quattrocento negli arredi lignei umbri, ma
sembrano addirittura, nella nobile misura rinascimentale, quasi un parallelo di quanto, in
crescendo, dalla Pala di S.Nicola allo Sposalizio della Vergine, va affermandosi nelle
parti architettoniche dipinte da Raffaello nelle sue tavole tifernati. Più facilmente
leggibile il legame fra le opere giovanili di Raffaello e quelle di Francesco Tifernate
esposte nella Sala. La Pala di Ognissanti, proveniente dalla Chiesa omonima delle
terziarie agostiniane, è chiaramente ispirata alla Pala Colonna di Raffaello, dipinta fra
il 1502 ed il 1503 per il monastero di S.Antonio da Padova a Perugia. Analogamente nella
Annunciazione del Museo dellOpera del Duomo di Città di Castello, Francesco
Tifernate prende a modello la medesima scena dipinta dallUrbinate nella predella
della Pala Oddi. A questo momento della carriera, purtroppo scarsa di opere e date sicure,
Francesco sembra aver superato lincerto eclettismo ancor presente nella Madonna col
Bambino e i Santi Girolamo e Florido, conservata a Selci, del 1503 ca., per avviarsi,
appunto, ad una matura sintesi fra il linguaggio raffaellesco e le memorie signorelliane,
ben visibile nella sua seconda opera presente in Pinacoteca: la Annunciazione, dipinta fra
il novembre 1505 e lagosto 1506 per laltare della famiglia Magalotti nella
Chiesa di S.Domenico. Essa doveva ispirarsi, secondo le prescrizioni contrattuali dei
committenti, alla Crocifissione Mond di Raffaello del 1503 nella medesima Chiesa. E non
cè dubbio che il gruppo dellEterno con i quattro angeli trovi spunto e nella
parte alta della Pala di S.Nicola da Tolentino, e nel Gonfalone della Trinità, e nei due
angeli dai nastri svolazzanti della Crocifissione già in S.Domenico. Ma accanto alla
imitazione, non certo alla profonda comprensione, di queste opere di Raffaello, è giusto
anche avvertire lo sforzo di conciliare questa innovativa esperienza con la vecchia
tradizione signorelliana, dominante in zona, riprendendo in qualche modo per la zona
centrale del dipinto un suggerimento dalla Annunciazione di Luca a Volterra.
Sala VIII.
Le decorazioni della ottava sala si impostano su di
un alto zoccolo a partiture: al centro, inserita allinterno della consueta
"grottesca", paesaggi marini fanno capolino come attraverso finestre aperte
verso lesterno. Sono stati notati i forti legami che legano queste pitture con
quelle del salone, datate 1537, e che Gherardi avrebbe eseguito insieme a Battista da
Città di Castello, ma appaiono anche stringenti i confronti con gli affreschi di San
Giustino, con quelli di S.Michele in Bosco a Bologna, con il fregio della sala delle
aquile nel Palazzo dei Conservatori a Roma e con i paesaggi del Corridoio Pompeiano di
Castel SantAngelo. Difficile dire, dato il mediocrissimo stato di conservazione e le
estese goffe ridipinture, quale fosse loriginale livello qualitativo. Certamente
oggi, probabilmente anche a causa del deperimento, la decorazione appare piuttosto come
frutto della esecuzione modesta della bottega, che non come autentico prodotto di un
maestro raffinato quale era il Gherardi. Essendo le pareti interamente dipinte si è
preferito conservarne leffetto decorativo, non disturbandolo con lesposizione
di dipinti, che ne avrebbero a loro volta sofferto. La sala perciò ospita soltanto
qualche elemento di arredamento.
Sala IX. Cosiddetto "Studiolo".
La sala IX, insieme alla zona sud del salone e alla
sala X, è uno degli ambienti ricavati dalla ristrutturazione e dallampliamento
delledificio (1543). Tracce della decorazione della facciata sono riemerse, come
nella sala X e nella soffitta, al di sotto dei dipinti con Storie di Alessandro Magno,
realizzati, nel 1545 circa, da Cola dellAmatrice e bottega. Fra le Storie di
Alessandro è possibile identificare la Battaglia di Isso con la Sconfitta di Dario, Dario
morente, e lepisodio del colloquio fra il Macedone e il re Poro suo prigioniero. Non
stupisce, naturalmente, che questo piccolo ambiente, probabilmente destinato a Studiolo di
Alessandro Vitelli, contenga storie del grande condottiero suo eponimo, tanto più che lo
stesso Vitelli era uomo darmi e capitano di fama. E anche interessante notare
che negli affreschi di Cola, Bucefalo, il cavallo di Alessandro, è figurato come un
unicorno, e lunicorno, impresa di casa Farnese, potrebbe qui evocare e coinvolgere
nella celebrazione un altro famoso personaggio di nome Alessandro, quel cardinale Farnese
che, a fianco di Ottavio Farnese, nel 1564 (una data che potrebbe anche adattarsi ai
dipinti di Cola) Paolo III pose alla testa dellesercito della Lega Santa contro i
luterani. Quanto alla presenza del pittore di Amatrice nelle decorazioni del palazzo non
cè affatto da stupirsi, essendo, come è noto, Amatrice divenuta feudo della
famiglia Vitelli.
Sala X e la soffitta.
Nel 1543 Alessandro Vitelli ottiene dal Comune di
Città di Castello il permesso di ampliare la propria residenza verso sud nella zona
prospiciente le mura cittadine ("licentia illustrissimo domino alexandro Vitellis
edificandi fornice super via adherendo muris civitatis"). Ingrandita così la sala di
rappresentanza (il salone) e costruite due nuove stanze (IX e X), parti della decorazione
esterna si trovarono ad essere inglobate nei nuovi ambienti. Tracce consistenti dei
graffiti di facciata, opera di Cristoforo Gherardi e della bottega, sono tuttora
visibili nella sala X e nella soffitta dove si può osservare un fregio di delfini, sulla
parete corrispondente alla sala X, che è probabilmente il frammento più autentico
dellintera decorazione a graffito.
Sala XI. Il Salone
Il grande salone venne costruito, insieme alle sale
IX e X, in seguito allampliamento del palazzo di Alessandro Vitelli, ampliamento
realizzato nel 1543. Sulle pareti della grande sala di rappresentanza, si distinguono due
diverse fasi pittoriche, luna riconducibile allintervento di Cristoforo
Gherardi e della bottega e datata, da uniscrizione, 1537; laltra, invece,
opera di Cola dellAmatrice e di collaboratori, successiva di qualche anno e da
collegare alampliamento del 1543. Spettano al primo intervento, nelle pareti est e
nord, lo zoccolo architettonico, allinterno del quale, entro riquadri, sono
raffigurazioni di animali; la fascia centrale dipinta a grottesche che incorniciano
paesaggi, e, in alto, quasi completamente perduto in seguito alla successiva decorazione,
un fregio monocromo con soggetti storici concluso da festoni e bucrani. Si deve a
R.Guerrini, lidentificazione delliconografia del secondo fregio, realizzato da
Cola dellAmatrice e bottega. Le Storie di Annibale, Scipione, Cesare, Alessandro,
ideali modelli di virtù morale e militare per Alessandro Vitelli, non costituiscono un
caso isolato nella pittura italiana di quegli anni ma trovano dei validi confronti
iconografici soprattutto in area romana (Roma, Farnesina, Stanza del Sodoma, Storie di
Alessandro; Palazzo dei Conservatori, Storie di Annibale; Palazzo Santoro, Storie di
Cesare e Traiano; Ostia, Episcopio, Storie di Traiano) e in particolare di età farnesiana
(Roma, Palazzo Massimo alle Colonne, Storie della gens Fabia; castel SantAngelo,
Sala Paolina, Storie di Alessandro; Palazzo dei Conservatori, Sala del Trono, Fregio di
Scipione; Grottaferrata, Episodi di Fabio Massimo). Come ha sostenuto il Guerrini, in
questi cicli "si afferma sempre più la tendenza verso programmi iconografici che
fanno perno sule vicende di un personaggio o di una famiglia". Secondo la Teza, che
ha studiato gli affreschi nel Catalogo della Pinacoteca, "lintervento diretto
di Cola è ravvisabile nei primi riquadri del ciclo, quelli delle pareti est e sud; le
altre storie che proseguono lungo i lati ovest e nord, fino a ricongiungersi al primo
riquadro della parete est, rivelano invece una larga presenza di aiuti. In particolare
nelle figurette legnose e un po meccaniche delle scene di storia, nel tratto
riassuntivo e compendiario del disegno, sembra di riconoscere lo stesso collaboratore che
si occupò degli episodi di Apollo nella volta dello scalone, o del riquadro con Saturno
nella seconda rampa di scale". Al centro del salone sono collocati due grandi tavoli
da refettorio databili nel XVII secolo, in legno di noce intagliato. Secondo una
tradizione orale raccolta a Città di Castello essi proverrebbero dal refettorio del
Convento di S.Francesco, e sono certamente prodotti dellItalia centrale, forse
addirittura opera di artigiani locali.
Sala XII. Signorelli a Città di Castello.
Documentano la prima attività tifernate del
cortonese Luca Signorelli tre frammenti, precisamente un S.Paolo, il Bambino, e una
candelabra decorativa, facenti parte di un affresco raffigurante una Maestà fra i Santi
Girolamo e Paolo. La Maestà si trovava nella Torre del Vescovo di Città di Castello e fu
eseguita dal Signorelli nel 1474, in sostituzione di una precedente pittura del 1385,
raffigurante i ribelli della patria, opera del pittore Brunone di Giuntino. Ciò che
restava dellaffresco dopo il terremoto del 1789, fu staccato e ricoverato in
Pinacoteca (1935); da sempre i tre frammenti sono stati universalmente considerati la più
antica testimonianza che sia a noi giunta dellarte di Luca, e la riprova del suo
discepolato presso Piero della Francesca, secondo quanto già sostenuto dal Vasari. Dopo
questa prima e ormai quasi illeggibile prova, Signorelli svolse una notevole attività a
Città di Castello, dominando il gusto locale e lasciando una impronta duratura anche
attraverso lopera di imitatori e seguaci. Apprezzatissimo dalla famiglia Vitelli,
egli eseguì vari ritratti dei principali membri di quel casato, ritratti oggi
sfortunatamente non più a Città di Castello: a Birmingham nel Barber Institute of Fine
Arts si conserva quello di Niccolò Vitelli onorato a Città di Castello con
lattributo di "pater patriae", opera in genere datata nellultimo
decennio del 400; mentre a Settignano nella Collezione Berenson si trovano i
ritratti dei figli di Niccolò, Camillo e Vitellozzo, questultimo come è noto fatto
strangolare nel 1502 a Senigallia dal Duca Valentino. Tra il 1943 ed il 1498 si datano i
vari dipinti eseguiti dal Signorelli per chiese di Città di Castello: la grande
Adorazione dei Magi, già in S.Agostino ed oggi al Louvre, il Presepio sempre per la
Chiesa di S.Agostino, oggi a Napoli nel Museo Nazionale di Capodimonte, lAdorazione
dei Pastori (1496) conservata a Londra nella National Gallery, ma proveniente dalla Chiesa
tifernate di S.Francesco. Il 6 Luglio del 1488 era stata conferita al pittore ed ai suoi
discendenti la cittadinanza di Città di Castello per aver così abilmente dipinto lo
Stendardo dellAddolorata nella Fraternita di S.Maria del Gonfalone, purtroppo andato
perduto. Lunica opera autografa che resta oggi del Signorelli a Città di Castello
è il Martirio di S.Sebastiano, già in S.Domenico sullaltare della famiglia Brozzi
e ora in Pinacoteca; dipinto di grande interesse, databile verso il 1497-98,
chiaramente in rapporto con la tavola di ugual soggetto del Pollaiolo già nella Cappella
Pucci della SS.Annunziata a Firenze (attualmente alla National Gallery di Londra). Sebbene
qualche tratto del dipinto denunci la presenza della bottega, lopera con la sua
esasperata tensione di moti, la foga espressiva denunciata anche dai molti pentimenti che
hanno addirittura fatto supporre fasi successive di esecuzione, è emblematica dello stile
del Signorelli subito prima del ciclo orvietano, e dopo che le tragiche vicende fiorentine
susseguenti alla morte di Lorenzo il Magnifico avevano per sempre disperso il limpido
clima umanistico nel quale lo stesso Signorelli aveva per un certo tempo placato e
rasserenato la propria natura istintivamente aspra e drammatica. Questa pala esercitò un
notevole fascino sul giovane Raffaello durante il suo soggiorno tifernate, come prova
soprattutto il bel disegno che ne trasse (Oxford, Ashmolean Museum). Il predominio
dellarte del Signorelli in ambiente tifernate, mentre conferma la vocazione toscana
di Città di Castello, impedì praticamente la penetrazione dellaltro grande polo
artistico del momento, quello peruginesco. Anche dopo la parentesi raffaellesca,
facilitata del resto dalla partenza del Signorelli e dal suo prolungato impegno di
Orvieto, larte di Luca continuò a dominare nella zona, come provano gli affreschi
della vicina Morra, eseguiti a partire dal 1510 circa dal maestro con larghissimo
intervento di aiuti, la pala già in S.Francesco a Montone (oggi a Londra nella National
Gallery) del 1516, e le numerose opere dei suoi seguaci, alcune delle quali conservate in
questa stessa raccolta, altre, come laffresco di S.Francesco a Citerna, databile
verso il 1520, ancora in opera nella sede originale.
Sala XIII. Il signorellismo nellAlta valle
del Tevere.
Numerose sono le opere di cultura signorelliana
presenti in Pinacoteca: lo stendardo con il Battesimo di Cristo, S.Giovanni Battista e
storie della sua vita, di ignoto, databile al primo decennio del Cinquecento (ma è
falso?!); la Pala di S.Cecilia, attribuita genericamente alla scuola di Luca Signorelli,
forse, secondo la proposta del Salmi, opera delleugubino Pietro Paolo Baldinacci ed
eseguita negli anni venti del XVI secolo; il Martirio di S.Sebastiano, di Giacomo da
Milano, datato 1524, ispirato allomonimo dipinto di Signorelli; lo stendardo con
Cristo in gloria, la Madonna e S.Caterina, e, dallaltro lato, Cristo risorto che
libera S.Caterina dal martirio, di un artista del primo ventennio del secolo, vicino al
signorelliano Bernardo da Gualdo operante nellUmbria meridionale; la Madonna, la
Maddalena e S.Giovanni ai piedi della croce, di ambito signorelliano; una Visitazione
(metà XVI secolo) di non facile attribuzione, considerata la vasta e prolungata attività
di modesti seguaci del Signorelli nellalta valle del Tevere. Tutti questi dipinti,
che documentano la incontrastata fortuna signorelliana nellalta valle del Tevere
fino alla metà del 500, sono in larga misura ispirati alle opere lasciate
dallartista a Città di Castello ed in particolare da quelle eseguite fra il 1493 ed
il 1498 (pale daltare per le chiese di S.Agostino, S.Francesco e S.Domenico). Con il
suo modo di narrare affollato ed aggressivo, che mescola elementi di sottile cultura
archeologica a sfarzose descrizioni di costumi variopinti, a spettacolari invenzioni
anatomiche, a pose teatrali e retoriche, Signorelli affascina lambiente provinciale
dellalta valle del Tevere e delle zone viciniori per più di un trentennio, agendo
su numerosi e mediocri seguaci quali, Pietro Paolo Baldinacci, Battista da Castello,
Francesco Signorelli ed altri ancora.
Sala XVI. La penetrazione del manierismo
tosco-romano: Raffaellino del Colle.
Ben cinque opere di Raffaellino del Colle consentono
di studiare la penetrazione del manierismo tosco-romano a Città di Castello:
lAnnunciazione, con relativa predella, la Pala della Madonna delle Grazie con la
Deposizione dalla croce, lAssunzione della Vergine, lAnnunciazione di
S.Domenico e la Presentazione di Maria al Tempio. LAnnunciazione, proveniente da
S.Maria delle Grazie, è lopera più antica eseguita da Raffaellino del Colle;
databile entro il terzo decennio del XVI secolo, mostra una diretta ripresa di modelli
romani del secondo e terzo decennio del Cinquecento. Riconducibili al quinto decennio sono
la Pala della Madonna delle Grazie, lAssunzione della vergine e lAnnunciazione
di S.Domenico, mentre la Presentazione di Maria al Tempio è collocabile agli ultimi anni
di attività dellartista (1561 ca.). Se nella Annunciazione è possibile individuare
il veicolo di un raffaellismo maturo tipicamente romano e con non poche cadenze
giuliesche, assai più avanzato comunque di quello che potevano documentare le opere
tifernati dellurbinate, nei dipinti successivi di Raffaellino del Colle, dagli anni
quaranta in poi, vediamo un crescendo di influenze manieristiche e vasariane, e il
linguaggio del pittore di Borgo Sansepolcro progressivamente si toscanizza.
Lepisodio "Raffaellino del Colle" armonizza in fondo con le opere del
Gherardi per il comune tropismo verso il dominante astro del Vasari, ma con una
particolare differenza: il Gherardi, "creato" e collaboratore del Vasari, ne
dipenderà grandemente nelle invenzioni e nei tipi, ma sarà capace di sviluppare nei
confronti dellaretino un linguaggio pittorico più delicato e accattivante;
Raffaellino, anche per i suoi contatti con il mondo marchigiano, per una diretta
meditazione di Michelangelo, ma soprattutto per liniziale deciso imprinting ricevuto
più ancora che da Raffaello dal vero maestro del biturgense, Giulio Romano, manterrà nei
confronti del Vasari una maggiore indipendenza, ma improvincialerà progressivamente la
qualità della sua pittura.
Sala XVII. Manierismo e manierismo riformato.
Sono raccolte in questa sala varie opere databili
dalla prima metà del Cinquecento alla fine del secolo. La Madonna col Bambino fra
S.Francesco e S.Sebastiano, proveniente dalla Chiesa di S.Francesco, è certamente il
dipinto più interessante del gruppo. Opera del fiorentino Jacopo di Giovanni di
Francesco, detto Jacone, come la critica ha ormai stabilito al di là di ogni dubbio, e
non del Pontormo, come tradizionalmente si diceva, essa documenta tuttavia gli stretti
legami che Jacone ebbe, specie nella tarda attività, col grande maestro del manierismo
fiorentino, ed è un eccellente e conturbante esempio del drammatico espressionismo che i
più dotati manieristi della città toscana seppero raggiungere attorno alla metà del
quarto decennio del Cinquecento. Di fronte alla intensità della Pala di Jacone, appare
estremamente superficiale la Presentazione di Maria al tempio, opera certamente assai
tarda di Raffaellino del Colle proveniente da S.Maria delle Grazie. Vi domina ormai un
linguaggio vasariano che sommerge le vecchie memorie giuliesche e raffaellesche. La
tavola, databile nel settimo decennio del secolo, riecheggia alcune figure affrescate dal
Vasari nella sua casa di Arezzo, e si pone quindi come un esempio tipico, ma non certo
eccelso, del manierismo aulico del grande decoratore aretino. Allespressionismo
drammatico di Jacone e al manierismo decorativo del tardo Raffaellino si oppone il
linguaggio calmo e severo, ricco di spunti naturalistici della grande pala di Santi di
Tito, nato a Sansepolcro, ma fiorentino di educazione e attività. La tavola, proveniente
dalla Chiesa della Carità, rappresenta Limposizione delle mani da parte di S.Pietro
e S.Giovanni, ed è un eccellente esempio di manierismo riformato sotto linfluenza
delle idee post-tridentine. Sebbene non datata, per ragioni stilistiche è del tutto
probabile che questopera vada assegnata agli inizi degli anni Ottanta. In questa
sala, a restauro ultimato, troverà posto la monumentale tela di Gregorio Pagani, con la
Madonna col Bambino e angeli, adorata dai Santi Francesco, Domenico, Giovanni Battista,
Giuseppe, Matteo, Ludovico e Antonio Abate. Firmata e datata 1597, la tela mostra il
pittore fiorentino perfettamente partecipe della severa retorica della pittura
controriformata, ormai molto lontana dalle tensioni e dalle eleganze del linguaggio
manierista. Fanno da contorno a queste opere alcuni piccoli dipinti di ambiente
fiorentino-senese, che riecheggiano, a modesto livello devozionale, i maggiori maestri
della prima metà del secolo, da Beccafumi a Sodoma ad Andrea del Sarto.
Sala XVIII. Manierismo periferico.
Trovano posto qui vari dipinti che testimoniano
lincrociarsi di influssi e tendenze varie nel linguaggio manieristico
dellItalia centrale, al di fuori dei grandi centri. Lopera più antica della
sala è certamente la Adorazione dei pastori proveniente dalla Chiesa di S.Domenico. Essa
non ha trovato ancora una sua attribuzione sicura, sebbene la proposta, fatta a suo tempo
dal Salmi, di assegnarla a Vittore Cirelli (pittore umbro attivo nella prima metà del XVI
secolo) meriti una qualche considerazione, non fosse altro perchè individua bene quella
particolare situazione stilistica, comune ad esempio anche al Papacello, che caratterizza
modesti pittori partiti da una cultura arcaizzante di tipo signorelliano, ma rapidamente
convertiti al manierismo di impronta classicheggiante (peruzziana e raffaellesca). Non è
un caso, infatti, che in questo dipinto il Gesù Bambino abbia un volto assai simile a
quello di certi angioletti di Raffaellino del Colle, e le figure dei pastori rivelino
chiara traccia di manierismo tosco-romano, mentre certi dettagli dello sfondo e
addirittura lintera composizione sembrano ancora memori della tradizione
signorelliana. Certamente di data più tarda e non senza qualche eco vasariana è, invece,
il gradino daltare con la Morte della Vergine e quattro santini entro cerchi, che un
tempo era stato collocato a far da predella alla Adorazione dei Pastori, sul medesimo
altare e nella stessa Chiesa di S.Domenico, pur non avendo con quella tavola in comune nè
lautore, nè lepoca. Più definita cultura denunciano le tre pale di Niccolò
Circignani detto il Pomarancio provenieneti dalla Chiesa di S.Francesco: Il martirio di
S.Stefano, firmato e datato 1570, LImmacolata concezione, firmata a datata 1573, e
lAnnunciazione, firmata e datata 1577. Se nel Martirio è ancora dominante un
manierismo esagitato e muscolare di stampo tosco-romano, nelle altre due pale, il
Circignani, nativo di Pomarance presso Volterra nel contado senese, mostra ormai il suo
tipico linguaggio con figure allungate e come disossate, dalle teste piccole e membra
eleganti, colorate secondo una dolce gamma trascolorante dal rosa al giallo oro, ai grigi
e agli azzurri, nella quale il baroccismo si sposa, come accade appunto in terra di Siena,
con la vecchia e autoctona tradizione beccafumiana. Non molto distante dal Pomarancio
appare anche lautore (Virgilio Nucci?) della Incoronazione della Vergine e sei Santi
in origine nella Cappella del Rosario della Chiesa di S.Benedetto. Se lopera è
davvero delleugubino Nucci, la colorazione baroccesca potrebbe provenire
direttamente dalle Marche, anzichè esser mediata da Siena. E certamente di fonte
marchigiana è il baroccismo della Lunetta con la Pietà, probabilmente proveniente dalla
soppressa Confraternita della Carità, avvicinata non senza ragionevolezza ai modi del
tardo manierista eugubino Felice Damiani. Addirittura marchigiana, tra la fine del XVI e
gli inizi del XVII secolo potrebbe invece essere la tela con S.Francesco fra due Santi,
non immune certo da echi barocceschi, ma si direbbe mediati dalle estrose forzature
cromatiche ed espressive dellanconitano Andrea Lilli.
Sale XIX e XX. Dal Seicento allOttocento.
Queste due sale mostrano ancora un allestimento del
tutto provvisorio, a causa delle pessime condizioni della maggior parte dei dipinti di
questo periodo. Solo dopo che molti restauri saranno ultimati - e molti sono ancora
neppure iniziati - sarà possibili dar loro un assetto definitivo. Del resto, tutte le
opere del XIX secolo dovranno un giorno essere sistemate in una zona del museo non ancora
agibile. Comunque nella sala XIX spiccano soprattutto i dipinti di due pittori tifernati
del XVII secolo: Giovan Battista Pacetti detto lo Sguazzino e Giovan Ventura Borghesi. Lo
Sguazzino, attivo già nella prima metà del secolo, mostra la sua dipendenza dai modelli
del carraccismo bolognese, dominante a Roma nei primi tre decenni del Seicento, mentre il
Borghesi, operoso fino agli inizi del Settecento, subisce la decisiva influenza di Pietro
da Cortona del quale è fedele seguace.
Nella Sala XX, ultima al momento della raccolta,
sono presenti alcune opere assai lontane stilisticamente fra loro, dal Domine quo vadis?
del marattesco Francesco Mancini, opera di nobile qualità, tipica del filone classicista
di tradizione seicentesca, che nel Settecento gli allievi del Maratta gettano fra i
prototipi di Andrea Sacchi e le primizie neoclassiche; alla Madonna con Bambino di Tommaso
Conca, già ottocentesca e pervasa di neoclassicismo; al nobile ritratto di Cappoleone
Guelfucci di Vincenzo Chialli, in bilico fra la forbitezza neoclassica ed una prima aura
di romanticismo storico non immune da rivisitazioni della pittura fiorentina del seicento.
Un altro buon esempio della ritrattistica del primo Ottocento è il Giuseppe Chialli nel
suo studio di scultore dipinto dal romano Alessandro Capalti, anche questa unopera
sospesa fra la finitezza formale dellaccademia neoclassica e il sentimento intenso
della pittura romantica. Infine, con attardato linguaggio purista, chiude la serie delle
opere provvisoriamente esposte in queste ultime due sale la Madonna in trono fra i Santi
Eligio e Lucia di Vincenzo Barboni, che a noi appare come una stanca e sgrammaticata eco
della lezione del Minardi.
Opere di scultura.
La sistemazione delle poche opere di scultura della
raccolta è ancora del tutto provvisoria. Al momento attuale esse sono divise fra due
ambienti: il portico del piano terra e la loggia del primo piano. Nel progetto definitivo
tutte le sculture dovrebbero essere collocate nel portico del piano terreno, già chiuso
da apposite vetrate e destinato ad essere ben visibile dalla strada. Il materiale
scultoreo medievale è estremamente eterogeneo per tecnica, epoca e qualità. Quattro
mensoloni lignei con protomi umane e animali sono probabilmente quanto rimane dei sostegni
delle capriate dellantica copertura della Chiesa di S.Francesco, databile alla fine
del XIII secolo, distrutta e totalmente rinnovata a partire dal 1707. Tre leoni in pietra
serena, molto frammentari, mostrano stretti legami con la cultura del primo trecento
dipendente dai grandi modelli della bottega dei Pisano. Erano certo collegati a un
complesso architettonico coevo (forse lo stesso palazzo Comunale di Città di Castello)
probabilmente come animali stilofori di un portale o di un protiro. Maestro Sano di
Giovanni senese è lautore di un alto rilievo in marmo con un Battesimo di Cristo,
curiosamente ricavato rilavorando una figura acefala del I secolo visibile sul verso della
scultura. Lopera firmata e datata 1366 sembra provenire dalla Cappella di S.Giovanni
Battista in Duomo, ed è prodotto abbastanza modesto di questo ignoto scultore senese.
Curioso prodotto provinciale della fine del XIV secolo, se non già degli inizi del XV
secolo, sono due lastre di calcare con S.Antonio Abate percosso dai demoni e la Morte di
S.Antonio Abate. Provengono sembra dagli scavi della antica Chiesa dedicata al santo, poi,
nel 1609, passata con lattiguo convento alla Compagnia di Gesù. Più interessante
di queste poche opere medievali è un gruppo di sei terracotte robbiane, fra le quali
spicca la grande Assunzione della Vergine generalmente assegnata alla bottega di Andrea
della Robbia, proveniente dallaltare maggiore della Chiesa dei Minori Osservanti.
Lopera è databile agli inizi del XVI secolo. Sempre alla bottega di Andrea e agli
inizi del cinquecento pare sia da attribuire la Adorazione dei Pastori proveniente
dallex oratorio di S.Giovanni Battista. Le vaste parti non coperte dalla
invetriatura policroma erano destinate ad essere semplicemente dipinte, secondo un
procedimento comune ai tardi prodotti robbiani. Rispettivamente dal convento e dalla
sagrestia della Chiesa di S.Giovanni dei Minori Osservanti, provengono il tondo con la
Madonna col Bambino e teste di cherubini entro una ghirlanda di frutti e fiori e i Due
putti reggifestone. Si tratta ancora una volta di opere della fine del XV secolo o degli
inizi del XVI secolo prodotte dalla bottega di Andrea della Robbia. Altri due tardi
prodotti robbiani sono la Annunciazione, già nel convento di S.Chiara delle Cappuccine, e
la Madonna col Bambino che presenta la curiosa caratteristica di una invetriatura mal
riuscita che ha danneggiato la non indegna qualità delle figure.
Gli arredi lignei del palazzo.
I mobili esposti nelle diverse sale della Pinacoteca
non appartengono allarredamento originale del Palazzo, ma fanno parte della
donazione che Elia Volpi, responsabile del restauro delledificio, fece al Comune di
Città di Castello nel 1912. La provenienza legata allattività antiquariale e di
restauratore del Volpi, spiega leterogeneità della collezione e la presenza, al suo
interno, di numerosi mobili totalmente contraffatti -le sedie ed i tavoli ottocenteschi ad
imitazione di modelli rinascimentali- o ricostruiti "in stile" utilizzando
alcuni frammenti originali. Parzialmente restaurati sono i tavoli cinquecenteschi di
fattura tipicamente umbra o di provenienza conventuale, e la serie di sedie e seggioloni
sei-settecenteschi. I pezzi di maggior pregio ed interesse sono gli arredi provenienti da
chiese e monasteri castellani. Il gruppo di stalli gotici, intagliato e decorato a tarsie,
originariamente nelle chiese di S.Benedetto e S.Francesco, attribuito alla bottega del
più noto legnaiolo fiorentino del primo Quattrocento, Manno di Benincasa Mannucci (Sala
II). Il coro e la grata monastica, in stile manieristico tardo-cinquecentesco, realizzati
per il monastero di Ognissanti delle Terziarie agostiniane su commissione di Beatrice
Vitelli, figlia di Alessandro e Angela Rossi di San Secondo, suora in quel convento dal
1536. Larmadio da sagrestia, firmato e datato nel 1501 da Antonio Bencivenni da
Mercatello, eseguito per la Chiesa di S.Maria delle Grazie (Sala VII). Infine, il grande
sarcofago intagliato e dorato, proveniente dallaltare della famiglia Marchesani
nella Chiesa di S.Domenico, che custodiva il corpo della Beata Margherita (Sala VI).
Realizzato dopo la ricognizione sui resti della beata, effettuata nel 1586, il sarcofago
è fra i pochi documenti dellaltissima qualità delle manifatture umbre alla fine
del Cinquecento.
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